Da anni, ormai, si parla di “cinema immersivo” come della prossima grande rivoluzione dell’intrattenimento. Le nuove tecnologie legate alla realtà virtuale e all’intelligenza artificiale promettono esperienza interattive in grado di superare il modello tradizionale dello spettatore passivo.
Eppure, malgrado l’interesse mediatico e il sostegno di franchise di successo come Jumanji, queste tecnologie continuano ad essere percepite come semplici trovate pubblicitarie: affascinanti, rumorose, ma incapaci di cambiare davvero il modo in cui viviamo il cinema.
La domanda è, quindi, legittima: il cinema immersivo è destinato a restare un gadget promozionale o sta solo aspettando il giusto momento per affermarsi?
Immersività: un’estensione del marketing

Per comprendere quale sia la posizione del pubblico nei confronti delle nuove tecnologie dell’intrattenimento, può essere utile osservare anche l’evoluzione del gioco digitale. Negli ultimi anni molte piattaforme hanno investito in ambienti tridimensionali, dirette streaming, avatar e interazioni in tempo reale, puntando su un’idea di esperienza sempre più immersiva e spettacolare.
Tuttavia, l’andamento delle preferenze degli utenti racconta una storia più sfumata. In diversi contesti digitali, i prodotti che mantengono una struttura semplice, immediata e facilmente leggibile continuano a registrare grande interesse. È il caso del gioco del casinò Plinko+, costruito su una dinamica elementare – la caduta di una pallina attraverso una griglia di ostacoli – che non punta sull’immersione narrativa ma sulla chiarezza del meccanismo e sulla rapidità dell’interazione.
Questo dimostra come l’innovazione tecnologica non coincida necessariamente con una maggiore profondità dell’esperienza: talvolta è proprio la trasparenza della dinamica a generare coinvolgimento.
Il caso “Jumanji”
Il franchise Jumanji ha saputo sfruttare magistralmente l’immaginario del “mondo dentro il gioco”, rendendolo perfetto per esprienze VR, installazioni immersive e contenuti interattivi. Dopo l’uscita di “Jumanji: Welcome to the jungle” del 2017, il brand ha deciso di lanciare un minigioco in realtà virtuale in collaborazione con Sony Pictures Virtual Reality e MWM Immersive (Jumanji: The VR Adventure).
Un esperimento coraggioso che, nonostante gli sforzi, non ha raccolto il successo sperato. Il gioco, anzi, è stato ampiamente criticato per la sua brevità, per la grafica deludente e per le meccaniche di gioco che causavano problemi di motion sickness, soprattutto durante il combattimento con i nemici.
Un flop, questo, che ha rafforzato ulteriomente l’idea che VR e cinema immersivo siano più una curiosità da evento speciale piuttosto che mezzi per raccontare una storia autonoma. Quando l’esperienza non ha un vero peso artistico, il confine tra innovazione e “gimmick” pubblicitario diventa estremamente sottile.
La tecnologia è pronta, il linguaggio ancora acerbo
Da un punto di vista strettamente tecnologico, VR e IA hanno raggiunto livelli di maturità impressionanti. I visori sono sempre più accessibili, le immagini realistiche e l’interazione via via più fluida. L’intelligenza artificiale, inoltre, sta aprendo scenari inediti: personaggi che reagiscono in modo dinamico, storie che si adattano alle scelte dello spettatore, mondi narrativi non più statici, ma vivi.
Quindi qual è il limite che ancora pone dubbi sull’utilizzo di queste tecnologie? Si tratta, senza dubbio, di un limite culturale. Registi, sceneggiatori e produttori, al momento, stanno semplicemente sperimentando. Spesso replicano schemi narrativi pensati per lo schermo piatto, il che spiega benissimo perché funzionano male quando lo spettatore si trova al centro della scena.
Un’esperienza “isolante”
Un altro fattore cruciale è il pubblico. Il cinema è, per molti, un vero e proprio rituale sociale: sedersi in sala, spegnere il telefono, lasciarsi guidare da una storia. La realtà virtuale, al contrario, si propone come un’esperienza individuale, che richiede una partecipazione attiva da parte dello spettatore. C’è da considerare anche questo: non tutto vogliono entrare nella storia, alcuni preferiscono semplicemente osservarla.
Quando il cinema immersivo viene presentato come il futuro inevitabile, rischia di generare rifiuto e disagio. Quando invece viene proposto come alternativa, come esperienza diversa e complementare, probabilmente viene accolto con maggiore apertura. In più, servono storie pensate fin dall’inizio per l’immersione, non adattamenti di opere concepite per lo schermo tradizionale. Solo quando linguaggio e tecnologia matureranno insieme sarà possibile comprendere se il cinema immersivo riuscirà davvero a superare la fase sperimentale.