Testo Ci vuole una laurea di Coez, il nuovo singolo dell’artista presente nel trailer e nella colonna sonora della serie Netflix Due Spicci creata da Zerocalcare. Data di uscita 8 maggio 2026. Disponibile anche il significato della canzone e l’audio ufficiale.
“Ci vuole una laurea” unisce il mondo malinconico e diretto di Coez con l’ironia dolceamara che caratterizza le storie di Zerocalcare.
Il brano riflette sulle difficoltà della vita quotidiana, sui rapporti personali messi sotto pressione e sul senso di smarrimento che accompagna le scelte più complicate. Attraverso una scrittura semplice ma emotiva, Coez racconta quella sensazione di non sentirsi mai davvero pronti, come se per affrontare certe situazioni servisse “una laurea” emotiva che nessuno possiede davvero.
La canzone mantiene un equilibrio costante tra leggerezza e introspezione, diventando perfettamente coerente con l’universo narrativo di Due Spicci.
Ci vuole una laurea testo Coez
Testi canzoni Coez, leggi il testo di Ci vuole una laurea:
Ci vuole una laurea video Coez
Ci vuole una laurea audio Coez
Ascolta le canzoni di Coez su Spotify, ecco l’audio ufficiale della canzone Ci vuole una laurea:
Significato canzone Ci vuole una laurea di Coez
“Ci vuole una laurea” racconta il momento in cui ci si guarda indietro e ci si rende conto che la vita è andata molto più storta di quanto si immaginasse da ragazzi. È una canzone piena di malinconia, ma senza romanticizzare il dolore. Coez parla di crescita, amicizie, errori, dipendenze emotive e sostanze, con quello sguardo tipico di chi sente di aver perso qualcosa lungo il percorso senza nemmeno accorgersene davvero.
Fin dall’inizio il brano ha il tono di un ricordo molto preciso. Le immagini sono semplici, quotidiane:
“Le mani nelle tasche / Ballavi senza casquet”
Sembra quasi una scena congelata nel tempo. C’è una persona che viene ricordata prima che “succedesse il casino”, prima che tutto cambiasse. E infatti una delle frasi più importanti è:
“Ti ricordo così / Prima di sto casino”
La nostalgia qui non è solo per una relazione o per qualcuno che manca. È nostalgia per un periodo della vita in cui tutto sembrava ancora possibile.
Quando Coez canta:
“Siamo cresciuti a sberle puntando alle stelle”
racconta una generazione cresciuta senza protezioni vere, costretta a imparare sbagliando, cercando comunque di ambire a qualcosa di grande anche senza avere strumenti, soldi o direzioni chiare.
E subito dopo arriva la consapevolezza più amara:
“Per tutto ciò che ottieni perdi qualche cosa”
Da piccoli non si pensa al prezzo delle cose. Crescendo invece si scopre che ogni cambiamento lascia dietro qualcosa: persone, innocenza, equilibrio, sogni.
Il bridge è forse la parte più simbolica del pezzo:
“Siamo ancora in salita che spingiamo quella bici senza la catena”
È l’immagine perfetta della fatica inutile. Continuare a spingere qualcosa che non può davvero andare avanti. Eppure si continua lo stesso.
La frase:
“Non avevamo santi dalla nostra”
racconta invece un senso di abbandono sociale ed emotivo. Nessuna protezione, nessuna strada facile. Solo tentativi.
Il ritornello usa un’ironia amarissima:
“A finir male così dico ci vuole una laurea”
Ovviamente non parla davvero di una laurea. È una provocazione. Come dire: per ridursi così bisogna quasi essere esperti. Bisogna essere stati davvero bravi a sbagliare tutto.
Ma sotto quella battuta si sente tantissima disillusione. Perché nessuno da giovane pensa davvero di poter finire male. Nessuno immagina che certe fragilità possano diventare permanenti.
Nella seconda strofa il pezzo diventa ancora più pesante emotivamente:
“Voglio solo sparire da ogni radar”
Qui emerge il bisogno di fuga, di isolamento, di sparire dalle aspettative degli altri e forse anche da sé stessi.
Poi arriva una frase molto forte:
“Cambiamo così tanto da non riconoscerci nelle persone”
Non parla solo degli altri. Parla anche di sé. Del diventare qualcuno che anni prima non si sarebbe riconosciuto.
E infine il riferimento alle sostanze:
“Tutte queste sostanze complicano solamente invece di darci una pausa”
È una frase lucidissima. Non c’è glamour, non c’è estetica del caos. Le sostanze non risolvono niente, anzi peggiorano tutto. Rendono solo più difficile affrontare quello che si prova.
L’outro lascia una sensazione molto triste, quasi rassegnata:
“Hai preso il meglio del peggio che ho”
Come se dentro tutto il disordine, gli errori e le ferite ci fosse comunque stata una parte sincera data agli altri.
Alla fine “Ci vuole una laurea” parla di persone che si sentivano invincibili e che invece si ritrovano adulte, stanche, confuse, a fare i conti con tutto quello che hanno perso lungo la strada. Non cerca soluzioni, non prova a insegnare niente. Si limita a guardare quel fallimento con una sincerità molto umana.